lunedì, ottobre 09, 2006

casa

rifugio_prigione

madre_padre

dentro_fuori

cucina_bagno

finestra_muro

caldo_freddo


Avevo una di quelle sedie di vimini taglia bambino e con questa ci costruivo la casa del mio cavallino azzurro (cavallino volante).
Rovesciavo la sedia a gambe in su e la montavo sul divano, in modo che, poggiandola tra spalliera e bracciolo, si creasse un ambiente raccolto. Dovrei farne un disegno, per far capire.
Il letto sul tetto, il letto un cestino senza manico, il lavabo un rocchetto di cotone sormontato da una conchiglia e così via.

Anni prima che cominciassi a costruire la casa ai cavalli azzurri mi contentavo di un recinto.
Una serie di oggetti limitavano uno spazio, e dentro era il mio spazio.
Sedie, cuscini, un orso rosso, pentole, l’attaccapanni, la scopa, il fustino del detersivo, una scatole di cartone, tutti questi in fila, assemblati, appoggiati e finché non mi stancavo tutto doveva restare fermo, così come lo avevo composto, e non mi stancavo facilmente. Il recinto poteva durare giorni.
E allora? Allora a mia mamma poteva servire la scopa o una sedia. Era un problema. A volte vincevo io, spesso lei.
E allora? Allora il mio spazio lo pensavo.

Questi ricordi mi nutrono l’anima, mi dicono dove andare.
A volte le risposte sono nella memoria.